January 2012
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Il Wozzeck espressionista di Claudio Morganti
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Straordinario l’esito raggiunto dal regista al compimento di un lungo lavoro di ricerca sul testo di Büchner
Ombre Wozzeck. Foto Valentina Bianchi
Milano , 2012-01-26 05:09:00
Dei componenti della più importante “coppia” del teatro di ricerca italiano degli anni Settanta-Ottanta, il duo formato da Alfonso Santagata e Claudio Morganti, quest’ultimo sembra avere seguito un percorso in qualche modo più appartato e solitario. Se l’uno è stato molto attivo, ma nella sostanziale fedeltà a uno stile collaudato, l’altro si è mostrato poco, ha lavorato in prevalenza sottotraccia, mettendo a fuoco silenziosamente un suo approccio personale al palcoscenico: non a caso la sua storia, in queste ultime stagioni, è fatta soprattutto di corsi, di laboratori, di “studi” non necessariamente destinati a sfociare in spettacoli compiuti.
È significativo anche il fatto che la gran parte di queste sue sperimentazioni sia avvenuta intorno al Woyzeck, un testo fra i più particolari nella storia del teatro, scarno, frammentario ma pieno di stratificazioni misteriose, scritto nell’Ottocento, ma già tutto proiettato nel secolo successivo, e ancora oggi capace di rivelare risvolti di sconcertante modernità. Credo che negli ultimi decenni Woyzeck sia stato uno dei drammi più assiduamente e quasi ossessivamente riproposti, senza mai suscitare sensazioni di ripetitività: i registi ne sono attratti perché offre infinite chiavi di lettura, lo spettatore vi scopre ogni volta delle inedite suggestioni.
Ecco, alla fine del suo pluriennale viaggio nei meandri del testo Morganti è approdato a questa straordinaria messinscena – chissà quanto definitiva? – che, nella sua freschezza, nella sua forza espressiva consente di accostarsi al capolavoro di Büchner come per la prima volta. Per certi versi, quello che ha debuttato al CRT Teatro dell’Arte di Milano, che l’ha prodotto col festival “Armunia” di Castiglioncello, non è neppure uno spettacolo teatrale in senso stretto, ma qualcosa di più vicino a un’operina, e non solo per l’invadente presenza delle musiche di Berg e di altri compositori di quell’area: benché vi siano attori, e non cantanti, il rapporto tra suono e immagine prende un risalto assoluto per una sorta di scarnificazione della recitazione, e perché l’apparato rappresentativo viene come privato del suo spessore corporeo.
Infatti, con una geniale invenzione, l’attore-regista trasforma la vicenda büchneriana in un puro teatro d’ombre, gestito e condotto dal personaggio – qui assurto a un ruolo centrale – dell’imbonitore da circo: è costui che, tra acri riflessioni sulla morte, sulla natura umana, sul teatro, presenta nel suo ideale baraccone, insieme alla scimmia ammaestrata, la strana storia di quel soldato che, guidato da oscure voci, ammazza a coltellate la sua donna, che l’ha tradito con l’aitante Tamburmaggiore. Ma l’intera azione si svolge dietro un telo bianco illuminato dal fondo, coi vari personaggi ridotti ad astratte silhouette nere.
Questo espediente, oltre ad offrire degli squarci visionari di incantata bellezza, e di altissimo rigore compositivo, sposta decisamente il tono dell’intreccio verso un clima onirico, notturno, togliendo consistenza a quello che di fatto è un semplicissimo fatto di cronaca: l’evento nudo e crudo, il mero delitto di gelosia, inquadrato in quella luce da antica lanterna magica diventa dunque un incubo febbrile, il tragico emblema di una condizione universale, dominata da insondabili interventi superiori. “Tutto è fatica sotto il sole. Si suda anche quando si dorme”, dice amaramente Woyzeck tergendo la fronte del suo bambino malato.
Morganti, con una grande intuizione non solo formale, cala il mondo di Büchner in un livido paesaggio in bianco e nero, da cinema espressionista: e le figure bidimensionali dei protagonisti, ingrandite mostruosamente o grottescamente rimpicciolite, richiamano i Caligari, i Nosferatu dei film d’epoca, delle spettrali apparizioni alla Wiene o alla Murnau. L’unico a mantenere una ruvida concretezza è lui, nella doppia parte dell’imbonitore e del Capitano, bravissimo a travestire da agghiaccianti battutacce delle cupe considerazioni sul nostro destino. “Sarebbe bellissimo poter morire cantando. Invece no. Si crepa e basta”.
Alla fine, con un’altra grande trovata, il telo bianco che separa la fantasia dalla realtà, l’ombra dal corpo viene giustamente lacerato, perché non può andare che così, perché non può non cadere quel fragile diaframma che ci ha temporaneamente riparato dalla ferocia della vita. E ad uscire dal varco, eloquentemente, è la scimmia, l’ambiguo simbolo della breve distanza che divide l’uomo dall’animale, la ragione dall’istinto. Solo la scimmia, qui, può pronunciare a fatica quella battuta conclusiva, da brivido: “Ogni uomo è un abisso. Gira la testa se vi si guarda dentro”.
Visto al CRT Teatro dell’Arte di Milano. In replica fino al 29 gennaio 2012
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Ombre Wozzeck
ideazione e regia: Claudio Morganti
musiche: Claudio Morganti, tratte da Alban Berg, Arnold Schönberg, Gustav Mahler, Anton Webern, Arvo Pärt, David Sylvian
testo: Rita Frongia, tratto da «Wozzeck» di Alban Berg e da «Woyzeck» di Georg Büchner
con: Gianluca Balducci, Rita Frongia, Claudio Morganti, Francesco Pennacchia, Antonio Perrone, Gianluca Stetur, Grazia Minutella